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LE “PAGODE” DELL’AREA INDUSTRIALE EX BPD

 

L’architetto Francesca Ianni, in risposta all’articolo dell’architetto Roberto Felici, pubblicato su Leggenda Urbana il 25 maggio, presenta il suo studio e la sua proposta per la zona delle “Pagode” dell’area industriale dismessa ex BPD.

“Che piacere leggere della zona industriale di Colleferro in termini di riqualificazione e riuso, soprattutto dopo le numerosi voci che lo volevano raso al suolo per essere poi occupato dalla speculazione edilizia. Colgo l’occasione per salutare e ringraziare l’arch. Felici che mi ha dato modo di conoscere e amare quest’area tanto da volerla approfondire e studiare nella mia tesi di architettura “Analisi storico critica, restauro e riuso di edifici di archeologia industriale” (stralcio della tesi pubblicato sul Trattato di restauro architettonico di Giovanni Carbonara, volume XII, pag. 52).

Restaurare un edificio di valore storico e artistico è un’operazione piuttosto delicata. Si tratta di intervenire con cautela, non solo dal punto di vista statico, ma soprattutto da quello funzionale per evitare di distruggere, irrimediabilmente, le qualità del fabbricato che si vogliono, invece, conservare. Il procedimento inizia dal “riconoscimento” del duplice valore artistico e storico, del Complesso di archeologia industriale che presenta problemi di conservazione e di utilizzo. L’archeologia industriale richiede un approccio interdisciplinare che studia tutte le testimonianze, materiali e immateriali, appositamente create al fine di attuare processi industriali od originatesi a causa di questi, per approfondire la conoscenza della storia del passato e del presente industriale e non necessitanti delle tecniche comunemente usate dall’archeologo tradizionale, divenendo una scienza per ingegneri ed architetti. È vero, infatti, che in certi interessanti e meritevoli casi, strutture industriali (officine, opifici, ecc.) sono stati in questi ultimi decenni riscoperti, restaurati e rivalutati in modo da divenire contenitori per centri studi e , centri commerciali o espositivi, ecc. Sotto questo aspetto, è evidente come la mano ingegneristico-architettonica risulti determinante.

L’intenso e appassionato dibattito che si è svolto negli ultimi anni sui valori dell’eredità archeologico-industriale ha fatto nascere la consapevolezza che i manufatti dell’eredità industriale possiedono valori propri e specifici che non sono da meno di quelli, da sempre accreditati, dell’architettura storica e monumentale, civile e religiosa..

Le esperienze più positive condotte nel settore del recupero e della valorizzazione hanno parallelamente evidenziato il fatto che i valori di un manufatto archeologico industriale non sono sempre e solo definibili in maniera aprioristica, attraverso gli strumenti della ricerca storica, architettonica ed estetica, ma che essi emergono nella loro esemplare evidenza attraverso il progetto, progetto architettonico e urbanistico, ma anche progetto culturale, economico, imprenditoriale.

La storia di Colleferro è legata in maniera indissolubile all’insediamento della Fabbrica B.P.D. nel 1912, e alla figura dell’ Ing. Leopoldo Parodi Delfino, un capitano d’industria intraprendente, che creò dal nulla una vera e propria città. Il popolo Colleferino è costantemente a contatto con la fabbrica (che oggi occupa 1/3 dell’intero territorio del comune), ma non la concepisce altro che come una immagine nel panorama cittadino, e non percepisce le sue attività e il valore a livello economico e sociale. Restituire gli edifici ai cittadini, è un modo di rendere cosciente la popolazione del significato di Colleferro nel panorama Italiano in quanto testimonianza della storia del paese, dal punto di vista politico, artistico, scientifico e culturale, nonché di creare un polo di attrazione turistica innovativo (turismo di archeologia industriale e architettura fascista) per una crescita diffusa, stabile e sostenibile del territorio.

In particolare, di tutta la zona industriale, sono state oggetto di studio e rilievo le otto Pagode dell’area dismessa la cui realizzazione risale quasi sicuramente alla prima fase in cui la fabbrica era industria bellica, dal 1912-13, e hanno continuato a funzionare per altri scopi nelle successive riconversioni, fino a che l’evoluzione industriale non ha reso incompatibili la loro forma e struttura e, quella di altri edifici limitrofi, con le tecniche e gli strumenti di produzione contemporanei, costringendo al trasferimento dell’attività in altra sede. Oggi le pagode,quasi totalmente ricoperte dal verde, a causa del totale abbandono, portano forti i segni delle differenti attività che hanno ospitato e per la graduale e differente mutazione e stravolgimento che hanno subito negli anni sono rappresentative delle varie fasi dell’evoluzione dell’area, andando dalla pagoda che è rimasta praticamente come era in orgine a quella in cui è stato rifatto perfino il tetto di copertura, in maniera tra l’altro del tutto differente da com’era in origine. Ogni gesto compiuto su questo edifici porta con se la storia dell’evoluzione delle tecniche e della normativa industriale, evidenziando una attenzione crescente verso la sicurezza man mano che si avanzava con gli anni.

Dopo aver studiato con attenzione la strumentazione urbanistica, i servizi e le funzioni presenti e carenti nel territorio di Colleferro e limitrofi, e aver apprezzato la grande distesa verde che avvolge l’area dismessa e il tessuto minuto di questi prototipi di capannoni industriali che sono molto più affini nelle tecniche costruttive e nelle dimensioni a edifici residenziali, ho iniziato a pensare a quest’area come una centralità per Colleferro, la stessa che è stata l’origine di tutto, la centralità economica da sempre, diviene oggi anche la centralità sociale e culturale, potendo far godere ai cittadini i grandi spazi verdi, di cui Colleferro è carente e inserendo attività commerciali, culturali, ricreative e produttive come centri congressi, casa dell’architettura, uffici, ma anche laboratori artigiani, ludoteche, centri sociali e per anziani, e centri di ricerca come ponte tra l’università e la fabbrica. Per le pagode, in particolar modo, ho pensato alla realizzazione del museo delle pagode all’interno di quella che è rimasta inalterata nel tempo, e un percorso con cartelli informativi negli spazi aperti e coperti tra gli otto edifici e le restanti 7 pagode da adibire a negozi/laboratori di prodotti di riuso, in contrasto con la presenza del tanto discusso inceneritore. Per rendere l’intervento anche sostenibile dal punto di vista energetico, la pensiline di alluminio che collega le pagode, potrà essere ricoperta da pannelli fotovoltaici curvi in silicio amorfo, come anche le insegne dei futuri negozi ricoperte da pannelli fotovoltaici decorati, di utlima generazione, Per il riscaldamento e il condizionamento ho pensato a un impianto geotermico.

Il tutto potrebbe essere realizzato nell’ipotesi di cessione di questa parte della zona industriale al comune di Colleferro concretizzando le condizioni per nuove opportunità di sviluppo e valorizzazione del patrimonio immobiliare dismesso. Il territorio di Colleferro, infatti, è inserito nel processo integrato di sviluppo del Distretto Territoriale delle Colline Romane, che vede per questa parte della provincia di Roma l’attivazione di una serie di iniziative per il rilancio socio-economico del distretto e la creazione di centri di eccellenza nel terziario e terziario avanzato, per una crescita diffusa, stabile e sostenibile. Un programma di investimenti infrastrutturali, connessioni autostradali, raccordi ferroviari e potenziamento stradale, migliorerà l’accessibilità, al futuro centro di eccellenza.  Rimane il grande problema della bonifica dell’area prima di renderla accessibile alla cittadinanza, che, in quanto molto costosa ha dato e forse continuerà a impedire la realizzazione di questo “sogno”.

L’intervento di riuso dovrebbe inoltre essere soggetto alle tecniche del restauro architettonico contemporanee, tenendo conto che anche se si parla di zona industriale, siamo difronte a edifici dal tessuto minuto, con una tecnica costruttiva più simile a edifici residenziali, con struttura in c.a. e tramezzi di mattoni di laterizio o blocchi di calcestruzzo, piccole aperture in legno, tetti spioventi, dove elementi in acciaio o gomma contrasterebbero fortemente con la realtà preesistente e la storia delle tecniche costruttive del tempo.”

Arch. Francesca Ianni *

* Francesca Ianni, ha 30 anni, è architetto libero professionista iscritta all’albo da marzo 2010 e da dicembre 2009 sta facendo il dottorato di ricerca su restauro e riuso insediativo. Ha vissuto a Colleferro circa 17 anni, ora è da 3 anni a roma con suo marito ma conta di riavvicinarsi presto a Colleferro dove ha la sua famiglia e i suoi fratelli.

4 commenti

  1. Più comunemente conosciute da chi ci lavorava come “Le Calandre”, dove avveniva il taglio delle sfoglie di polvere da sparo.

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  2. rosamaria chimisso

    18/06/2012 @ 20:41

    ho letto con grande interesse l’art. , in gran parte è condivisibile. ho solo qualche osservazione da fare.
    non riesco a capire il perchè ci si ostini a parlare di architettura fascista. il fascismo è stato un movimento così cialtrone che non poteva essere assolutamente in grado di elaborare una sua estetica. se vogliamo collocare nel tempo l’edilizxia di quel periodo la dobbiamo chiamare arh. del ventennio, altrimenti più correttaamente protorazionalista. la seconda osservazione è che secondo me non si è compreso bene il discastro che ha prodotto il patto delle colline romane se ci si ostina a pensare che strumenti in deroga ad i PRG possano governare le azioni di recupero di un’area così delicata come l’area SNIA. terxo non è più ammissibile illudersi di poter produrre una corretta azione di recupero con una classe politica e dirigenze comunali che hanno di fatto consegnato la pianificazione in mano a privati che hanno costruito e continuano a costruire quartieri di bassa qualità arcvhitettonica e tecnologica. insomma! prima si mandano a casa questi signori e poi si progetta.

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  3. Maurizio Torbidoni

    21/06/2012 @ 04:22

    Ancora ben lieto di intervenire su quanto idealmente si progetta per rendere fruibile l’area industriale ex BPD alla comunità, attraverso idee di ristrutturazione che possano mantenere l’aspetto originale di particolari insediamenti e strutture, come quello delle pagode su cui è incentrato il commento dell’Arch. Francesca Ianni. Credo che da iniziative di questo tipo possa partire un dibattito ed uno studio sul futuro della città, in particolar modo sulla riconversione dell’area industriale dismessa in parco cittadino ove le strutture esistenti, dopo il necessario restauro e messa in sicurezza degli immobili, possono diventare luogo di incontro e di attività produttive artigianali e commerciali, naturalmente se tutto questo viene realizzato nel rispetto dell’idea di donare alla città un parco fruibile e non una speculazione edilizia e commerciale. Esempio di questa ennesima idea che favorisce l’impresa e la speculazione a dispetto della città è l’idea di parco del Castello vecchio che l’amministrazione comunale sta imponendo alla città anche dopo la bocciatura del progetto da parte delle istituzioni regionali. Insomma, condivido i malumori dell’Arch. Rosamaria Chimisso quando sottolinea che l’attuale amministrazione dimostra tutta l’incapacità di pensare in termini di fruibilità sociale quando non impone limiti urbanistici ed architettonici agli interessi dei privati, pur consentendo a questi una adeguata remunerazione per l’intervento del loro capitale. Ma pensare in termini di fruizione sociale e quindi intervenire sulle idee dell’imprenditore per interpretare il progetto innovativo in maniera commisurata alle esigenze della città, definendo proposte che possano mediare tra gli interessi dell’imprenditore e gli interessi della collettività, è più difficile che accettare passivamente il progetto dell’imprenditore di turno e quindi adeguarvisi. Penso però che lo sforzo di progettare in termini di sostenibilità sociale possa essere utile proprio per favorire quel cambiamento necessario nella classe dirigente cittadina senza il quale, concordo con l’Arch. Chimisso, non c’è speranza di rinnovamento. Questo mio appello è rivolto naturalmente a tutte le menti che nella città sentono questo bisogno di cambiamento, senza preferenze di colore politico, perché la bellezza e l’utilità sociale sono apprezzate da tutti, siano essi persone di centrodestra che di centrosinistra. A tale proposito vorrei spendere due parole in favore di una nuova associazione che raccoglie imprese, professionisti e artigiani del territorio, di cui come imprenditore e professionista faccio parte, “Centro Studi e Ricerche”, Libera associazione di Imprese e Professionisti .  Nell’atto costitutivo dell’associazione si legge:
     
    Scopo dell’associazione è quello di promuovere iniziative, idee e progetti per il rilancio dei settori produttivi, dell’occupazione, della ricerca, delle forme di partecipazione democratica e sociale alla gestione della cosa pubblica, anche attivandosi per la convocazione di apposite “Conferenze di servizio”, al fine di migliorare la qualità della vita e dell’ambiente.
    La sua azione si concentra in particolar modo sul territorio della Valle del Sacco (Valle dei Latini).
     
    Individuare nelle associazioni, ambientaliste, culturali, imprenditoriali, di categoria, elementi fondamentali allo svolgimento di questo dibattito e coinvolgerle in un cammino progettuale sul cambiamento della città mi sembra quanto mai utile, ed invito tutti quei professionisti attenti alle richieste della collettività a farsi promotori di uno sforzo progettuale verso il cambiamento che ancora la politica non è stato in grado di produrre.
    Ora, promuovere nella città un dibattito progettuale, sull’urbanistica, sull’imprenditoria, sul lavoro, ma anche sugli altri aspetti della vita e della quotidianità, che possa essere strumento di rilancio dell’idea stessa di città della nostra Colleferro, mi pare una strada obbligata da perseguire se si vuole sostituire una classe dirigente vecchia, incapace, ed in qualche misura corrotta dal fiume di denaro derivante dalla gestione dei rifiuti e da un’imprenditoria miope e senza scrupoli, con una nuova che possa finalmente dare sbocco alle migliori idee che sicuramente non mancano ma che in qualche modo da quella stessa classe dirigente “antica” vengono tenute segregate affinché non confliggano con gli interessi dei poteri forti della città.
     
    Per. Ind. Maurizio Torbidoni

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