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LA MITICA STORIA DELLA BPD COLLEFERRO CALCIO_8

Sono nato a Colleferro da famiglia toscana; Mio padre, proveniente da S.Marcello Pistoiese, fu assunto alla BPD, dove lavoravano i miei tre fratelli, uno dei quali morì in fabbrica, caduto dall’alto di una ciminiera in seguito ad un giramento di testa. Come primo sport non praticai il calcio bensì la boxe. In questa disciplina sostenni anche un paio di incontri; Le davo ma le ricevevo pure, tanto che spesso ritornavo a casa con qualche occhio mero o una pecetta in faccia. Mio padre mi obbligò a smettere.

Mi detti al calcio, che all’inizio fu molto lusinghiero. Mi affermai nelle giovanili e prima di far parte della prima squadra, che allora disputava la serie C, mi mandarono a “farmi le ossa” all’Isola Liri e all’Albano. Intanto la BPD era retrocessa e quindi ritennero che la squadra avesse bisogno anche di me. Fui richiamato nella stagione 1957/1958 e cominciai gli allenamenti con la prima squadra.

In precedenza nella stagione 1954/1955avevo già fatto parte della rosa dei titolari e nell’ultima partita con l’Orbetello, e solo una distorsione alla caviglia destra mi impedì di esordire. L’allenatore fece giocare tutti i rincalzi poiché la BPD aveva già vinto anticipatamente il proprio girone. Il mio posto fu preso da Matrigiani che giocò molto bene.

Dopo il ritorno in IV serie, il nostro girone era composto per lo più da squadre siciliane, campane, lucane e pugliesi e proprio in quest’ultima regione andammo a perdere immeritatamente a Foggia per 2-1 la domenica del 10 novembre 1957.

La rete del provvisorio pareggio fu segnata proprio da me al 40° del primo tempo. Il Foggia era primo in classifica e a pareggiare nel suo campo non ci stava. Il Colleferro quel giorno giocò bene ed era padrone del campo, ma al 35° del secondo tempo, i foggiani si riportarono in vantaggio. Il goal degli avversari era palesemente irregolare, ma l’arbitro lo convalidò e a nulla valsero le nostre sacrosante proteste. Noi eravamo contenti lo stesso, perché la squadra era in ripresa e la domenica eravamo andati a pareggiare nel difficile campo del Frosinone.

A Foggia, dopo la partita, prendemmo il rapido per Roma e nel vagone ristorante esagerammo un po nel mangiare e nel bere. Arrivammo a destinazione alla mezzanotte e trovammo ad aspettarci due macchine di servizio e la chevrolet di donna Mimosa, padrona della BPD. Tutti fecero a gara per prendere posto sulla fiammante e lussuosa automobile americana. I primi a sedersi furono Natali, Caslini, Filippi ed io. Prendemmo posto in sette perché oltre a noi giocatori entrò Giulio, figlio di donna Mimosa e di Baby Pignatari, miliardario italo-brasiliano re del caffè, l’autista ed un amico di Giulio, Rodolfo Brancoli, che poi diventerà un bravo giornalista televisivo.

La potente autovettura partì a razzo come se dovesse partecipare ad una gara di formula uno. C’è da ricordare che Schiuma, sposato con figli, aveva fretta di tornare a casa ed inutilmente cercò di prendere il posto di Natali. Questi si rifiutò. Si vede che purtroppo aveva un appuntamento con il suo tragico destino. Sul sedile posteriore c’ero io, Natali sulla sinistra, a destra Filippi e Brancoli. Davanti gli altri.

La velocità diventava sempre più pericolosa. All’uscita di Valmontone successe l’irreparabile. Il guidatore fu abbagliato dai fari di una macchina che veniva in senso contrario. Perse il controllo e, sempre a folle velocità, urtammo contro quattro o cinque alberi sul ciglio della strada. Svenni e mi risvegliai all’ospedale.

Che cosa era successo ? Fummo sbalzati tutti fuori dall’abitacolo, la macchina si ridusse ad un ammasso di rottami. Quando un paio di giorni dopo, sui giornali, vidi le foto dell’incidente, mi meravigliai, non sapendomi spiegare come sei persone fossero uscite vive da quell’ammasso di lamiere. Invece il povero Natali morì sul colpo. Io feci un volo di quindici o venti metri e mi ritrovai svenuto e ferito nel fosso.

CONTINUA….

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