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75° ANNIVERSARIO DELLO SCOPPIO DEL 1938

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“Era sabato, il cielo era tersissimo come poche volte si vede a Colleferro, tirava un venticello gelato che mozzava gli orecchi. Io avevo celebrato la messa delle 7:00 e alle 7:30 ero entrato nel confessionale. All’improvviso alle 7:40 si sente uno scoppio fortissimo che fece rimanere tutti allibiti, perché per noi tutti era un segnale di morte. A chi sarà toccato questa volta ?

Esco dal confessionale, mi precipito sul sagrato della chiesa e vedo le fiamme altissime al di sopra dello stabilimento.

Prendo l’olio santo, salto in bicicletta e corro verso la portineria che era allo Scalo e che distava circa 1 km. Mi accorsi che non ero solo a correre, tante persone correvano con me, per avere notizie dei familiari.

Raggiungo la grande portineria, entro, lascio la bicicletta ad un canto e mi affretto a chiedere dove era avvenuto lo scoppio alle prime persone che incontro e che mi rispondono: “al tritolo”.

E’ in questo stesso momento che odo la più grande deflagrazione che abbia mai udito durante la mia vita anche durante i bombardamenti aerei.

Le poche persone che mi stavano intorno scompaiono come polverizzate, ed io mi sento sbalzato dallo spostamento d’aria a circa 10 metri di distanza a ridosso dell’infermeria.

Che cosa ho visto in quei pochi momenti che mi sono sembrati una eternità ?

Un seguito di scoppi vicini e lontani, fiamme lunghe decine di metri che passavano in alto, un cielo coperto come fogli che volavano in alto e poi ricadevano a terra; Sembravano foglie perché erano pezzi di macchinari, sassi, bombe, che lo spostamento d’aria aveva portato in aria, e tutto questo in un cielo coperto di polvere, che però diventava rosso, nero , giallo a seconda degli oggetti che esplodevano, come si trattasse di un’esplosione di fuochi artificiali.

Tutto questo fragore è durato un minuto, forse meno, poi è seguito il silenzio sepolcrale.

Per capire come ci siano state tante vittime tra operai, impiegati e dirigenti, nonostante fosse una giornata in cui lavoravano solo gli indispensabili, è necessario ricordare il rapido susseguirsi degli eventi.

Alle 7:40 avviene il primo scoppio dovuto alla costruzione di un montacarichi di tritolo; altissime fiamme si levavano minacciose in alto.

Sotto la torre erano ammassate molte cassette piene di tritolo, che non erano ancora state collocate, come avveniva ogni giorno, nelle gallerie sotterranee, dette depositi degli esplosivi. Se le fiamme dalla torre si fossero propagate alla base, tutto sarebbe saltato in aria.

Quindi tutti si prodigavano con gli idranti a spegnere le fiamme delle torre, a rimuovere le cassette di tritolo e collocarle nelle gallerie più vicine.

Intanto erano sopraggiunti tutti i pompieri interni, molti impiegati e dirigenti tra cui lo stesso direttore Tito Benelli.

C’è una breve discussione tra i dirigenti, alcuni dicono che non è possibile che il tritolo scoppi al di sotto degli 80°, altri sono di opinione contraria.

Ricordo bene che l’ingegner Roncato, un esplosivista di primo piano, disse a tutti di allontanarsi perché da un secondo all’altro sarebbe avvenuto un secondo scoppio che avrebbe distrutto tutto l’impianto. il direttore invece pregava tutti di seguitare l’opera di spegnimento se si voleva evitare che saltasse in aria tutta la fabbrica.

E’ in questo momento, sono le 8:05, che avviene la seconda terrificante deflagrazione, che in un attimo spazzò via tutti.

Alcuni dei più vicini furono completamente polverizzati o dilaniati orribilmente nel corpo, altri, sollevati in aria dallo spostamento d’aria, furono scaraventati a parecchi metri di distanza, altri ancora, rimasero completamente sepolti da materiale di ogni genere che cadeva dall’alto come una valanga.

In pochi secondi quei bravi lavoratori, in un numero di 60, erano morti quasi tutti, mentre circa 1500 rimasero feriti più o meno gravemente.

Lo stesso direttore, che si trovava più lontano, era rimasto leggermente ferito alla testa dai rottami che cadevano dall’alto.

Dopo alcuni momenti di smarrimento e di fuggi fuggi generale, furono organizzati i primi soccorsi, liberando dalle macerie i feriti, molti dei quali, con ogni mezzo possibile, furono trasferiti negli ospedali di Anagni, Valmontone, Roma e nelle case.

Lo stabilimento fu fatto immediatamente evacuare per ordine delle autorità sopraggiunte, nel timore di nuovi scoppi. Persino la popolazione fu fatta evacuare dal paese in tutta fretta…”.

La testimonianza, tratta dal libro “Colleferro, dal Borgo alla Città Industriale” è di Don Umberto Mazzocchi ai tempi parroco della chiesa di Santa Barbara e tra i primi ad accorrere sul luogo del disastro.

L’incidente ha segnato la storia della città di Colleferro ed ha determinato lo sviluppo immediatamente successivo di tutta la normativa di sicurezza per il settore degli esplosivi in Italia. Ne ricorre oggi il 75° anniversario.

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